RIFIUTI
ZERO: PARTE LA RACCOLTA DI FIRME PER
LA LEGGE DI INIZIATIVA POPOLARE
Questo è il blog del gruppo nazionale di lavoro dell'Arci " Ambiente, Beni Comuni e Stili di Vita", nato dopo il primo seminario nazionale, ad oggi punto di incontro e scambio per i circoli verdi, luogo di riflessione ed approfondimento per una RIeVOLUZIONE quotidiana!
venerdì 5 aprile 2013
mercoledì 19 dicembre 2012
USO SOSTENIBILE DEI PESTICIDI????
Vi invitiamo a una iniziativa sul Piano di Azione Nazionale sull’uso sostenibile
dei pesticidi.
SI
tratta di una conferenza promossa da un ampio cartello di organizzazioni che
esprimono distinti interessi in materia e che nutrono preoccupazioni e riserve
sul processo di recepimento della Direttiva Europea in
materia.
Il
convegno vuole rendere pubbliche le riserve, avanzare proposte e dare il segno
di una volontà di continuare a presidiare la questione.
mercoledì 12 dicembre 2012
DOHA : PORTA DI ENTRATA PER UN FUTURO INFERNALE
di Francesco Martone (*), Alberto Zoratti (**)
Alla fine ce l'hanno fatta. Dopo una serie di
colpi di scena è stato approvato a colpi d'ariete della presidenza qatariota e
sul filo del rasoio (nonostante la resistenza in zona Cesarini della Russia) il
“Doha Climate Gateway”. Una porta di entrata per il futuro con
l'estensione del protocollo di Kyoto, il riconoscimento del risarcimento per
danni causati dai cambiamenti climatici e l'impegno dei paesi industrializzati
di stanziare per lo meno una somma pari alla media di quanto sborsato in aiuti
climatici negli ultimi 3 anni. Una
proposta di minima visto che troppi erano i gap da colmare. E' uno dei tanti paradossi
di questa Conferenza delle Parti sui mutamenti climatici che è conclusa sul
filo del precipizio a Doha, città simbolo di opulenza, immenso cantiere a cielo
aperto, sede un incontro che all'inizio si annunciava come un appuntamento di
transizione. Così non è stato. Le ultime fasi del negoziato del livello
“ministeriale” si sono protratte ben oltre i tempi previsti, tra mancanza di
volontà politica di ridurre drasticamente le emissioni di gas serra, (Stati
Uniti in particolare) e richieste insoddisfatte di un aumento dei fondi per
sostenere i paesi in via di sviluppo o rapida industrializzazione verso
un'economia a basso contenuto di carbonio, – la Cina nello specifico, ma non
solo. Ed un ultimo colpo basso della Polonia con dietro le spalle Russia ed
Ucraina intenzionate a proteggere il loro diritto di vendere alte quote di
permessi di emissione fino al 2020, anche se ciò avrebbe portato al fallimento
totale della Conferenza. Così nella “land of plenty” del Qatar, l' occasione
per l'Emiro Hamad bin Khalifa al Thani di
proporsi al mondo come paladino dell'ambiente rischiava di sfumare per una
questione di quattrini, e per manifesta incapacità dei suoi diplomatici. Se non
fosse bastata la condanna all'ergastolo per
Mohammed al-Ajami, un poeta giudicato colpevole di "sovversione del
sistema di governo" e "offesa all'emiro" per una sua poesia
dedicata alla “Tunisia dei gelsomini”. Anche qui a Doha si
riverberano gli effetti della “crisi” finanziaria in Europa, che a Durban aveva
messo assieme paesi poveri ed insulari salvando il negoziato , e che poco dopo,
vista l'incapacità di tener fede alle promesse di aiuti finanziari, ha visto
indebolirsi il suo potere di trattativa. La morsa del Fiscal Compact, e delle
politiche di austerità sostenute dalla BuBa e dalla Cancelliera Angela Merkel
stanno così avendo un effetto devastante anche sul profilo internazionale
dell'Unione già compromesso dalla posizione oltranzista di Varsavia. A Doha
c'era da concludere il Piano di Azione di Bali su temi quali adattamento, mitigazione,
foreste, trasferimenti di tecnologie, finanziamenti, strumenti di attuazione,
il prossimo regime di riduzione delle emissioni globali. Si è faticato fino
all'ultimo secondo per poter passare la palla al gruppo di lavoro creato a
Durban che dovrà trattare un accordo globale vincolante per tutti entro il
2015, per entrare in vigore nel 2020. Fumo negli occhi di Todd Stern,
negoziatore di Washington. Un passo in avanti però c'è stato, si riconosce per
la prima volta il diritto dei paesi insulari al risarcimento per le “perdite e
danni”” per i danni subiti a causa dei cambiamenti climatici. Fino all'ultimo è
rimasta aperta la questione finanziaria, ovvero come reperire quel che resta
dei 30 miliardi di dollari promessi a Copenhagen per il 2010-2012, e arrivare
ai 100 miliardi l'anno entro il 2020.
A poco è servito che l'Inghilterra annunciasse lo
stanziamento di 2,2 miliardi di dollari, seguito a ruota da altri paesi
europei, (Germania, Francia, Olanda, Svezia, Svizzera e UE) per un totale di
6,85 miliardi di dollari per i prossimi due anni, un' aumento rispetto al
biennio 2011-2012. Inoltre i paesi donatori chiedevano di verificare come quei
soldi verranno spesi nei paesi in via di sviluppo, questi ultimi chiedono
invece che si faccia un verifica degli impegni di spesa dei primi. L'onda lunga
di questo gioco al rimpiattino si è fatta sentire anche nel negoziato sulle
foreste, che ha prodotto un risultato inferiore alle aspettative. Se ciò non
bastasse. nonostante le decine di morti causate nelle
Filippine dal tifone Bopha, i governi non sono riusciti ad accordarsi su come
colmare quel differenziale di 6-15 gigaton di emissioni che marcano
l’inadeguatezza degli attuali impegni di riduzione. O il cosiddetto “ambition
deficit”, ossia il differenziale tra la percentuale attuale delle riduzioni di
emissioni: 11-16% attuali rispetto a quelle necessarie entro il 2020, ovvero il
25-40% sui livelli di emissione del 1990. Temi che riemergeranno con virulenza
nei prossimi anni. La COP18 riesce nonostante tutto a rimettere faticosamente
in carreggiata il Protocollo di Kyoto confermando il "Second commitment
period" cioè il secondo periodo di impegni di taglio delle emissioni di
gas climalteranti che i Paesi industrializzati avrebbero dovuto assumersi dopo il
2012. Un obiettivo di basso profilo, visti i molti tentativi di far deragliare
l'unico Protocollo realmente vincolante assieme a quello di Montreal. Dal 1
gennaio 2013 inizierà Kyoto 2, ma vedrà li paesi parecipanti, quali Unione
Europea, la Svizzera, l'Australia e la Norvegia rappresentano solo il 15% delle
emissioni globali. La loro adesione a Kyoto, gli avrebbe permesso di
consolidare il mercato del carbonio (come il sistema ETS europeo o quello
australiano, che nei prossimi anni andranno a convergere) , uno dei meccanismi
flessibili di Kyoto particolarmente voluto dai Paesi industrializzati, perchè
permette una mitigazione a basso costo.Ed invece uno dietro l'altro i paesi
aderenti hanno annunciato inaspettatamente di voler rinunciare
all'acquisto di crediti di emissione fino al 2020 quando terminerà Kyoto 2.
Il rimanente 85% delle emissioni, provenienti da Stati Uniti
(con 17 tonnellate e passa procapite all'anno di CO2) e Cina (con poco più di 7
tonnellate procapite allo stesso livello dell'UE) verranno gestite all'interno
del percorso negoziale nato a Durban un anno fa, verso un regime non vincolante
ma di "pledge and review", impegni volontari da verificare
collettivamente. Kyoto 2, sebbene rimanga in piedi legalmente, dovrà essere
riempito di significato, di numeri e di percentuali. La rigidità di Stati
Uniti, che non hanno mai
ratificato Kyoto , del Giappone o del Canada, che dal
Protocollo è uscito un anno fa a causa degli interessi economici ingenti legati
alle sabbie bituminose in Alberta ed al loro sfruttamento, è stato uno degli
elementi di blocco di un negoziato che, secondo le regole mutualmente decise
nel corso degli anni, sarebbe dovuto arrivare naturalmente ad adottare un
regime vincolante. D'altra parte la Cina, che nasconde dietro al gruppo del G77
i suoi interessi di potenza mondiale ormai emersa, non accetta alcun vincolo
multilaterale che metta in discussione il suo sviluppo impetuoso ancora fondato
sullo sfruttamento del carbone e del nucleare. Kyoto è necessario, ma non è
assolutamente sufficiente. Non lo era prima, tanto meno lo sarà oggi. Il picco
di emissioni di C02, dice il Panel di scienziati dell'IPCC, dovrà essere
raggiunto nel 2015 per poi decrescere. Questo poter sperare di far
rimanere la concentrazione di C02 sotto i 450 ppm e l'aumento della temperatura
media globale sotto i 2°C ,
che però può significare +4°C
- +6°C in
altre parti del mondo, basti pensare all'Africa subsahariana che rischia di
perdere in pochi anni buona parte dei suoi raccolti agricoli (con buona pace
della sovranità alimentare) e alla Groenlandia, che ha visto scomparire quasi
del tutto la sua calotta glaciale durante l'ultima estate boreale. Cosa che,
ironia della sorte renderebbe assai meno costoso lo sfruttamento delle proprie
risorse petrolifere. La
prossima Conferenza delle Parti che si terrà a Varsavia
lascia poche speranze, vista l'ostinazione con la quale la Polonia ha cercato
di affossare il protocollo di Kyoto e con esso tutto il negoziato. In molti
stanno già guardando alla COP20 che si terrà a Parigi, quando - si spera -
l'Europa avrà un'altra guida ed altre ambizioni.
(*) Sinistra Ecologia Libertà
(**) Fairwatch
mercoledì 5 dicembre 2012
Il clima. In nome di Dio
Si è aperto il 4 Dicembre l'high-level segment della Conferenza Onu di Doha a cui parteciperanno, nei prossimi giorni, i Primi ministri ed i Presidenti di mezzo mondo. Il rischio di una soluzione di basso profilo, che soddisfi tutti i palati, c'è tutto, nonostante la determinazione della Commissaria UE al clima, Connie Hedegaard, che dichiara anche nuovi impegni sul piano finanziario. Ma c'è chi, tra le ong internazionali, chiede maggiori certezze e trasparenza sul fondo. Per maggiori informazioni clicca qui.
venerdì 30 novembre 2012
Rio+20, summit sul clima ma poco ambizioso
A SUD informa
Qui si seguito il link all'Editoriale di Giuseppe De
Marzo su L'Unità di ieri, 14 giugno 2012, che apre la corrispondenza da Rio+20.
Da domani e per tutta la durata del Vertice, seguite
le giornate di lavori sulle pagine de L'Unità e de Il Manifesto
Per leggere l articolo cliccare qui.
mercoledì 28 novembre 2012
STOP AL CARBONE!DA SALINE JONICHE FINO A DOHA
Presentato oggi da Greenpeace,
Legambiente, LIPU e WWF Italia il ricorso contro la costruzione della centrale
a carbone di Saline Joniche, autorizzata dalla presidenza del Consiglio dei
Ministri
In Italia si fermino le lobby del
carbone, a partire da Saline Joniche fino Porto Tolle e Vado Ligure, e si
elimini la quota del 13% di carbone dalla Strategia Energetica Nazionale
“Lo stop al carbone in Italia cominci da Saline Joniche insieme con l’assunzione di una seria politica ‘taglia-emissioni’ in grado di rispondere all’emergenza climatica, al centro del dibattito della COP18, il vertice internazionale sul Clima in corso a Doha, in Qatar, fino al 7 dicembre”. È questo il messaggio che Greenpeace, Legambiente, LIPU e WWF hanno lanciato oggi durante la conferenza stampa di presentazione del ricorso che si oppone alla decisione della Presidenza del Consiglio dei Ministri (DPCM) di autorizzare la costruzione di una nuova centrale a carbone presso Saline Joniche (RC) da parte del consorzio S.E.I., capeggiato dalla società svizzera Repower. Alla conferenza stampa hanno partecipato anche Slow Food Italia e un portavoce della rete grigionese contro il carbone.
“Fermare la costruzione della centrale a
carbone di Saline Joniche, in Calabria – dichiarano le associazioni
ambientaliste in una nota congiunta - è un primo passo, fondamentale per
bloccare l’avanzata lungo tutto lo stivale delle lobby del carbone e di una
politica energetica vecchia, inutile e dannosa per il clima e la salute ma che
tuttora persiste, con una quota di circa il 13% , nella Strategia Energetica
Nazionale in fase di pubblica consultazione”.
IL RICORSO. L’autorizzazione alla costruzione di questa centrale
è stata concessa dal decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri (DPCM) calpestando,
con una evidente forzatura, la volontà istituzionale e sociale dei territori
interessati, e a dispetto di svariate controindicazioni. Prima tra queste
l’aver bypassato il Piano Energetico
della Regione Calabria (che a sua volta ha presentato un ricorso motivato) che vieta espressamente la costruzione di centrali a carbone sul proprio territorio e
punta decisamente sul mix fatto di rinnovabili ed efficienza energetica. E'
questa la scelta ritenuta a giusta ragione in grado di preservare e valorizzare
anche le potenzialità e le eccellenze ambientali, naturalistiche e culturali
dell’area interessata, dalla valenza
turistica alle fiorenti piantagioni di bergamotto, testimonial di biodiversità
e risorsa economica, apprezzato in tutto
il mondo. In questo senso, l’autorizzazione accordata dal DPCM suona come
un’arrogante e coloniale ingerenza nei
confronti di una regione che con coerenza e lungimiranza, prima di altre e
prima del Governo nazionale, vede nella
sostenibilità e nell’economia a basse emissioni di CO2 un motore per
il proprio sviluppo a medio-lungo termine, e vanifica anche i progetti
concreti che si stanno indirizzando in questa
nuova direzione.
La stessa Repower ha recentemente ammesso che non costruirebbe mai una centrale come quella di Saline Joniche in
Svizzera. Dovrebbero però spiegare perché la stessa centrale, che a pieno
regime emetterebbe ben 7,5 milioni di
tonnellate di CO2 l’anno (per non parlare delle altre sostanze
pericolose per la salute umana), dovrebbe essere tollerata dai calabresi. . E'
una domanda che anche nel Canton dei Grigioni, pongono movimenti, partiti e
associazioni che condannano nettamente l’investimento di Repower in Calabria e
chiedono, anche attraverso un referendum e la proposta di un “premio-vergogna”,
di rivedere tale decisione. Tra l’altro il progetto fa riferimento ad una
tecnologia, quella della cattura e confinamento geologico della CO2,
allo stato attuale e nel futuro più prossimo, impraticabile, in quanto ancora
in via di sperimentazione, non matura e
insostenibile economicamente, comunque non applicabile in zone sismiche
come Saline Ioniche.
Va anche considerato
che, se costruita, la centrale a carbone di Saline Joniche stravolgerebbe l’ecosistema marino e terrestre dell’Area Grecanica e
della Costa Viola, minaccerebbe ben
18 aree vincolate (secondo il Ministero dei Beni Culturali), di cui ben 5 Siti
di Importanza Comunitaria, in pieno contrasto con la direttiva europea
Habitat. Basterebbe considerare il trasporto dell’elettricità prodotta
attraverso un elettrodotto ritenuto fortemente impattante sul paesaggio reggino
dallo stesso Ministero dei Beni Culturali.
Non ultimo, minaccerebbe gravemente la salute delle
popolazioni locali: una stima dei danni basata sulla metodologia della
European Environmental Agency (EEA) mostra come la centrale a pieno regime
causerebbe in un anno 44 morti
premature, 101 milioni di € di costi sanitari, 500.000 € di danni
all’agricoltura a ben 250 milioni di € causati dalle ingenti emissioni di CO2.
Infine, come se questo
non bastasse, ci si chiede a cosa serva la costruzione di una nuova centrale,
visto che a fronte di una richiesta
energetica storica massima di 56.822 MW (avvenuta nel 2007), l’Italia già
dispone di una potenza installata che supera i 118.443 MW, una
sovraccapacità produttiva che costringe gli impianti a funzionare a scartamento
ridotto con gravi conseguenze economiche per il Paese e per le stesse bollate
dei cittadini. Un dato è certo: la centrale non serve certo ai calabresi, né
tantomeno per assicurare la sicurezza energetica del nostro Paese; garantisce
solo forti utili all’azienda e solo maggiori costi per la collettività.
IL
CARBONE IN ITALIA. Ci si chiede, in questi giorni in cui è in fase di pubblica consultazione la Strategia Energetica
Nazionale (SEN), quale sia il modello di sviluppo energetico che l’Italia
vuole perseguire. Quello vecchio, pericoloso e senza futuro del carbone o
quello lungimirante e sostenibile fatto di un mix equilibrato di rinnovabili,
efficienza e risparmio energetico? Stando ai fatti, sembrerebbe il primo; oggi in Italia il 12,9% dell’energia
elettrica è prodotto da carbone, che causa però oltre il 30% delle emissioni
totali di CO2. Queste percentuali potrebbero aumentare se tutti
i progetti in fase di autorizzazione andranno a buon fine. Saline Joniche è solo una parte del “fronte del carbone”. Altri punti caldi sono Porto Tolle
(progetto di riconversione da olio combustibile in pieno Parco Delta del Po), Vado Ligure (progetto di ampliamento
della centrale a carbone esistente, a dispetto di evidenze di pesante
inquinamento dell’ecosistema locale con impatti sanitari devastanti), Sulcis (è recente la notizia
dell’apertura di una procedura di infrazione contro l’Italia per aiuti di stato
a Carbosulcis, a testimonianza dell’insostenibilità anche economica
dell’impresa).
Greenpeace,
Legambiente, LIPU e WWF chiedono espressamente che dalla SEN venga eliminata la
quota di carbone prevista e dirottata in favore di fonti di energia pulita e più
efficienti.
OLTRE
L’ITALIA: L’EMERGENZA CLIMATICA SUL TAVOLO DI DOHA. L’emergenza
climatica, che abbiamo visto di recente in azione sia in Italia con la nuova
ondata di alluvioni che nel resto del mondo con eventi disastrosi come
l’uragano Sandy, è in questi giorni al centro della COP 18, la Conferenza ONU sui
Cambiamenti Climatici, iniziata ieri a Doha e in corso fino al prossimo 7
dicembre. E’ pertanto fondamentale per l’interesse stesso della sopravvivenza
umana, oltre che per la salvaguardia ambientale, che dal tavolo di Doha
emergano impegni vincolanti per gli Stati con delle scadenze ben precise
sull’adozione di tutte le misure e gli strumenti necessari alla riduzione delle
emissioni inquinanti. Più precisamente, tra i temi esaminati nel vertice di
Doha ci sono: il secondo periodo di
impegni del Protocollo di Kyoto, per i Paesi industrializzati,,
trasformando le indicazioni dei Governi in veri e propri target di riduzione. Un impegno a cui non possono sottrarsi i
Paesi in Via di Sviluppo, considerando però che ciò avvenga attraverso una distribuzione equa degli sforzi tra
Paesi sviluppati, responsabili per primi della concentrazione attuale dei gas
serra in atmosfera e quindi riscaldamento globale, e Paesi in Via di Sviluppo
che devono coniugare il diritto al benessere e allo sviluppo con la necessità
di limitare e ridurre i gas serra e l’aumento medio della temperatura globale.
Altro scoglio è quello della finanza, laddove è necessario arrivare
a nuove fonti di risorse, soprattutto per venire incontro ai paesi più
vulnerabili e meno sviluppati. E altre risorse finanziarie saranno necessarie
per limitare la deforestazione,
causa di una grossa fetta di emissioni e distruttiva dei bacini essenziali per
assorbire carbonio.
Roma, 27 novembre 2012
Gli Uffici Stampa
WWF Italia, Tel.: 06 84497 265/213; 02 83133233
Greenpeace, tel. 06 68136061
Legambiente, 06.86268376 - 53
LIPU, tel.: 0521.1910706
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